Franco Zanghì

Analisi, cronaca e politica internazionale

Cronaca  ·  22 ottobre 2026

Saccheggi a Milano: 271 persone in questura, 220 sono minorenni

Immagine generata con l'intelligenza artificiale: è una rappresentazione della vicenda, non una fotografia del fatto.

Due giorni di devastazioni nel centro di Milano dopo un corteo autorizzato contro il carovita. I bersagli però non sono stati scelti a caso, e la ricerca sulle folle spiega perché: dentro un gruppo le regole non spariscono, cambiano.

di Franco Zanghì

Sabato 17 ottobre a Milano era stato convocato e autorizzato un corteo contro il carovita, organizzato online e chiamato «Italia in piazza». Mentre il corteo sfilava, gruppi di persone a volto coperto hanno cominciato a spaccare vetrine, rovesciare cestini, appiccare incendi e lanciare sassi e bombe carta contro gli agenti, fra piazza Duomo, via Torino, il Castello Sforzesco e Brera. Il giorno dopo è ricominciato, e la domenica mattina i bar storici della Galleria Vittorio Emanuele smontavano i tavolini prima che accadesse di nuovo.

Il bilancio: 271 persone accompagnate in questura, di cui 220 minorenni e circa 60 stranieri; 45 arresti, 11 maggiorenni e 34 minorenni; oltre 1 milione di euro di danni secondo la stima di Confcommercio Milano. Fra gli identificati c'è un bambino italiano di 11 anni, riconosciuto in un video e individuato nella sua classe di seconda media alla Barona: non è imputabile, ed è il più giovane di tutti. Una stima ufficiale di quante fossero le persone in piazza non esiste. Per gli arrestati vale la presunzione d'innocenza fino alla sentenza definitiva.

I bersagli non erano casuali

Sono stati saccheggiati punti vendita di catene di abbigliamento sportivo, è stata spaccata una decina di vetrine e quattro pensiline del tram, sono stati presi di mira un grande magazzino in Duomo e una catena di ristorazione. Non i portoni dei palazzi accanto, non le auto parcheggiate in ogni via. Qualcuno, dentro quel gruppo, ha stabilito che cosa fosse bersaglio e che cosa no, e tutti lo hanno capito senza che nessuno lo dicesse ad alta voce.

La spiegazione classica è vecchia di oltre un secolo. Gustave Le Bon descrisse la folla come il luogo in cui l'individuo regredisce, perché l'anonimato garantisce impunità e la responsabilità si scioglie nel numero. Nel 1969 Philip Zimbardo le diede un nome, deindividuazione, e un esperimento: chi somministrava scosse elettriche con il cappuccio in testa ne somministrava circa il doppio di chi portava il proprio nome sul petto. Il cappuccio, in altre parole, non serve solo a non farsi riconoscere dalle telecamere: serve a non riconoscersi.

Lo psicologo Stephen Reicher ha però contestato quell'idea. Chi sta dentro una folla non perde la propria identità: ne assume un'altra, quella del gruppo, con norme diverse. E non lo ha dedotto a tavolino. Studiando la rivolta di Saint Paul's a Bristol, nell'aprile del 1980, trovò il contrario di quanto la teoria prevedeva: bersagli selezionati, confini rispettati, un ordine dentro il disordine.

La regola scritta nelle chat

A Milano quella regola si è vista nero su bianco. Alcuni ragazzi hanno raccontato al Corriere della Sera che nelle chat su Telegram era stato detto loro di presentarsi in Duomo perché altri avrebbero rotto le vetrine, e che loro potevano prendere scarpe, felpe e biciclette. Soprattutto, veniva spiegato che i reati veri erano a carico di chi spaccava e non di chi entrava dopo. Non è assenza di morale: è un'altra morale, costruita in fretta e accettata da tutti. Quelle chat adesso non sono più raggiungibili.

In Europa esiste un solo precedente studiato a fondo, le rivolte inglesi del 2011. La London School of Economics e il Guardian intervistarono centinaia di partecipanti. La rabbia verso la polizia c'era davvero, e la citano tutti. Quello che si cita molto meno è il resto: molti ammisero che la loro partecipazione era stata puro opportunismo, perché avevano percepito che per qualche ora le regole fossero sospese.

È questo il punto, più della povertà, della periferia o della politica, che sono le cornici applicate dopo. Il motore è la scoperta che per due ore la legge non c'è, e la scoperta, ancora più importante, che quella sensazione è piacevole. Non è un fenomeno nuovo e non è giovanile: è lo stesso meccanismo degli stadi, dove per decenni si è creduto che il problema fosse il tifo. Non era il tifo, era l'occasione. Quando lo Stato ha smesso di predicare e ha cominciato a togliere l'occasione, con il Daspo e i biglietti nominativi, il fenomeno si è ridotto. Non per una conversione: perché la finestra si è chiusa.

Che cosa c'è davvero nel decreto

I 15 anni di cui si è parlato molto non sono una pena nuova: sono quelli che il codice prevede già per devastazione e saccheggio, da 8 a 15 anni. Il decreto legge approvato il 20 ottobre 2026 contiene però altro: un reato nuovo di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, punito da 2 a 5 anni e da 4 a 12 per chi organizza o promuove il gruppo anche con strumenti telematici; la presunzione della capacità di intendere e volere a partire dai 14 anni, che oggi il giudice deve accertare caso per caso; il fermo preventivo fino a 12 ore applicabile anche ai minori; il divieto di riunione disposto dal questore; sanzioni amministrative ai genitori; e l'invio di 500 militari a Milano.

Sull'efficacia, il criminologo Daniel Nagin ha riassunto sessant'anni di studi sulla deterrenza in una frase: a trattenere le persone è la certezza di essere prese, non la durezza della punizione. Negli stadi non è stato il carcere a svuotare le curve, è stato il nome e il volto all'ingresso.

Resta un ultimo dato, presentato in questi giorni come rassicurante: dietro i disordini non ci sarebbe stata alcuna regia. Il ministro dell'Interno lo ha detto esplicitamente; il vicepremier Antonio Tajani, citando il ministro della Difesa Guido Crosetto, ha invece detto di non escludere una regia esterna. Nel frattempo quelle chat c'erano, a quei ragazzini qualcuno aveva spiegato chi sarebbe stato incriminato e chi no, e dopo i due giorni di devastazioni è nato un movimento che li rivendica e annuncia mobilitazioni permanenti. Se una regia non c'era, qualcosa che le somigliava molto sì.

Fonti

  1. Il Post, «Cosa è successo a Milano in due giorni di saccheggi e disordini», 19 ottobre 2026
  2. MilanoToday, «Scontri e saccheggi in centro a Milano, 271 fermati: 220 sono minorenni», 18 ottobre 2026
  3. Il Fatto Quotidiano, «Saccheggi Milano, identificati due minorenni: uno ha 11 anni», 21 ottobre 2026
  4. Il Fatto Quotidiano, «Decreto sicurezza dopo Milano, molte norme sono già in vigore», 21 ottobre 2026
  5. Sky TG24, «Scontri a Milano, governo verso stretta. Cdm per decreto legge», 20 ottobre 2026
  6. Corriere della Sera, racconti dei partecipanti sulle chat Telegram, 19 e 20 ottobre 2026
  7. Confcommercio Milano, stima dei danni superiore a 1 milione di euro, ottobre 2026
  8. Ansa, Il Giorno, Tgcom24 e Leggo, riscontro incrociato di numeri e dichiarazioni, ottobre 2026
  9. London School of Economics e The Guardian, «Reading the Riots», 2011
  10. Philip Zimbardo, esperimento sulla deindividuazione, 1969
  11. Stephen Reicher, studio sulla rivolta di Saint Paul's a Bristol del 1980, pubblicato nel 1984
  12. Daniel Nagin, rassegna degli studi sulla deterrenza
  13. Ricostruzione dell'autore per la parte interpretativa: l'accostamento fra la selezione dei bersagli a Milano e i risultati di Reicher, e il parallelo con il modello degli stadi e del Daspo.

I dati su fermati, arresti e danni sono quelli diffusi fra il 18 e il 21 ottobre 2026 e possono cambiare con il procedere delle indagini. Non esiste una stima ufficiale del numero di persone in piazza. Le chat su Telegram citate nell'articolo non sono più raggiungibili: la fonte sono i racconti dei partecipanti al Corriere della Sera.