Franco Zanghì

Analisi, cronaca e politica internazionale

Politica italiana  ·  1 novembre 2026

Alle primarie del campo largo Conte si gioca due partite, e una non si vede

Immagine generata con l'intelligenza artificiale: è una rappresentazione della vicenda, non una fotografia del fatto.

Il Movimento 5 stelle è passato dal 33 per cento del 2018 a circa il 12 di oggi, ma Conte è ancora al suo posto. Le primarie aperte a tutti rischiano di diventare un congresso del Partito democratico deciso da altri.

di Franco Zanghì

Nel 2018, alle politiche, il Movimento 5 stelle prese quasi il 33 per cento: un italiano su tre lo aveva votato, era il primo partito del paese. Alle europee del 2024 è sceso sotto il 10 per cento. In sei anni ha perso più di due voti su tre. Oggi i sondaggi lo danno intorno al 12 per cento: Youtrend per Sky TG24 lo segna al 12,6, meglio del fondo toccato alle europee, ma sempre la metà del Partito democratico e lontanissimo da quel 33.

Quando il Movimento cominciò a scendere, con il 17 per cento delle europee del 2019 e le sconfitte alle regionali, Luigi Di Maio lasciò la guida. Giuseppe Conte, invece, non solo non si è dimesso: ha rilanciato, si è preso tutto il partito e ha mandato via Beppe Grillo.

Perché nel Movimento nessuno lo cambia

Perché il Movimento oggi è Conte. Le regole le ha scritte lui, la costituente l'ha vinta lui, e chi poteva fargli ombra o è andato via o fa un altro mestiere. Roberto Fico governa la Campania, Alessandra Todde governa la Sardegna, Chiara Appendino ha preso le distanze. Sono questi i nomi che si fanno quando si parla del dopo Conte, ma nessuno dei tre oggi ha la forza o la voglia di sfidarlo.

Eppure il bilancio è quello che è: due governi, uno con la Lega e uno con il Partito democratico, il superbonus che ha scavato un buco nei conti dello Stato, i navigator. E un partito che, regione dopo regione, si è ridotto a percentuali da prefisso telefonico. Vincenzo De Luca, in un suo video, lo ha definito «luciferino» e gli ha rimproverato una «immacolata verginità politica».

La prima partita: Conte contro Schlein

Il Partito democratico ha deciso che la candidata è Elly Schlein, «con o senza primarie», come lei stessa ha detto all'assemblea del 19 ottobre. La regola che il Partito democratico propone è la più semplice, quella che si usa nei paesi normali: il candidato premier è il leader del partito più grande. Conte ha risposto che questa è una regola egemonica, e De Luca l'ha definita a sua volta un'offesa agli elettori.

La seconda partita: chi vota alle primarie

È quella che non si vede, ed è la più interessante. Le primarie aperte a tutti non sono un congresso del Partito democratico, ma rischiano di diventarlo, e di diventarlo in modo falsato. Gli elettori del Partito democratico che non amano Schlein, e sono tanti, alle primarie possono restare a casa. Gli elettori del Movimento, invece, hanno un candidato loro e vanno a votare.

Nel 2023 Schlein vinse ai gazebo, ma fra gli iscritti aveva vinto Stefano Bonaccini. Qui ho un sospetto, e lo chiamo sospetto perché prove non ce ne sono: ai gazebo poteva votare chiunque, anche chi non era iscritto, e credo che una parte degli elettori del Movimento quel giorno sia andata a votare, scegliendo Schlein. Fra lei e Bonaccini, per i progetti di Conte, lei era l'avversaria meno pericolosa. Se è così, quel disegno non è finito, e le primarie di oggi sarebbero il secondo tempo della stessa partita.

La strada di Craxi

C'è un precedente, e lo tira fuori sempre De Luca. Bettino Craxi aveva il 5 o il 6 per cento, ma si presentava da solo, fuori da una coalizione. Dopo il voto si sedeva al tavolo e diceva: se volete i miei voti, il presidente del Consiglio lo faccio io. E gli altri accettarono.

Conte potrebbe farlo anche oggi, ma a una condizione: uscire dal campo largo e correre da solo. Se Partito democratico e Movimento corressero separati e insieme raggiungessero la maggioranza, alle consultazioni il presidente della Repubblica dovrebbe comunque chiamare loro, e a quel punto Conte potrebbe mettere il prezzo sul tavolo. Dentro la coalizione questa mossa non la può fare, perché chi entra in una coalizione accetta una regola, e la regola più ragionevole resta quella del partito più grande.

Due strade, due prezzi

O Conte resta nel campo largo e si gioca tutto alle primarie, sperando che i suoi votino in massa e che gli elettori del Partito democratico restino a casa. Oppure esce, corre da solo e aspetta il giorno dopo le elezioni, come Craxi. Nella prima strada rischia di perdere e di consegnare il Movimento a Schlein. Nella seconda rischia di essere accusato di aver diviso il centrosinistra e di aver regalato la vittoria a Giorgia Meloni.

Va detto anche quello che dice Conte. Il Movimento sostiene che non si può mettere preventivamente nelle mani di un altro partito, che alle regionali si è scelto ogni volta il candidato più competitivo e ha funzionato, e che le primarie sono il modo più democratico per decidere. Ragioni che hanno un loro peso. La domanda, però, resta la stessa: chi sceglie il candidato del centrosinistra, gli elettori del Partito democratico o quelli di Conte?

Fonti

  1. AGI, «Conte: la regola del partito più forte è egemonica», 13 settembre 2026
  2. Vincenzo De Luca, video «Giuseppe Conte, un politico luciferino», pagina Facebook, 18 settembre 2026
  3. L'Espresso, assemblea del Partito democratico, Schlein candidata «con o senza primarie», 19 ottobre 2026
  4. QuiFinanza, sondaggio Youtrend per Sky TG24 (Pd 22,2 per cento, M5s 12,6), settembre 2026
  5. Quotidiano Nazionale, Conte alla Festa dell'Unità di Bologna sulle primarie, 6 settembre 2026
  6. Il Post, «Di Maio si dimette da capo politico del M5S», 22 gennaio 2020
  7. Eunews, risultati delle elezioni politiche 2018 (M5s al 32,7 per cento alla Camera)
  8. LaPresse, «Campo largo, i leader annunciano: programma entro novembre e primarie a febbraio», 30 ottobre 2026

Questo è un articolo di opinione. Il paragone con Craxi è di Vincenzo De Luca: Conte non lo ha mai citato. L'ipotesi di un Conte che esce dal campo largo è un ragionamento dell'autore. Il sospetto sul voto di elettori del Movimento ai gazebo del 2023 è dell'autore ed è dichiarato come tale: non esistono analisi dei flussi che lo confermino. Il calendario delle primarie di febbraio è quello annunciato dai leader del campo largo il 30 ottobre 2026 e può cambiare.