Franco Zanghì

Analisi, cronaca e politica internazionale

Cronaca  ·  31 ottobre 2026

Spiò l'ex moglie nella banca dati dell'Arma: condanna definitiva a Gela

Immagine generata con l'intelligenza artificiale: è una rappresentazione della vicenda, non una fotografia del fatto.

Un anno e sei mesi, confermati dalla Cassazione. I fatti risalgono al gennaio 2020 e il procedimento è nato su impulso dei superiori del carabiniere, non da una segnalazione esterna.

di Franco Zanghì

Le credenziali per entrare nella banca dati dell'Arma servono a indagare: dentro ci sono nomi, precedenti, controlli. A Gela, secondo i giudici, un carabiniere le ha usate per controllare la sua ex moglie. La Cassazione ha chiuso la partita: un anno e 6 mesi, pena definitiva.

La banca dati di cui si parla è lo strumento con cui le forze di polizia consultano le informazioni raccolte dallo Stato su persone, veicoli, denunce e controlli. Ogni operatore entra con credenziali personali, e ogni interrogazione resta registrata: è questo doppio meccanismo — chiave intestata a una persona e traccia di ciò che quella persona ha cercato — a rendere ricostruibile, mesi o anni dopo, chi ha guardato che cosa.

I fatti

Si chiama Gaetano Giudice ed è carabiniere in servizio a Gela, come scrivono il Giornale di Sicilia e LiveSicilia. I fatti risalgono al gennaio 2020: con le proprie credenziali è entrato nella banca dati dell'Arma e ha controllato l'ex moglie e alcune persone vicine a lei. Condannato in primo grado e in appello, ha fatto ricorso in Cassazione; la quinta sezione penale lo ha rigettato. La pena è definitiva.

Definitiva, nel linguaggio dei tribunali, significa che non ci sono più gradi di giudizio da percorrere: la Cassazione non riesamina i fatti, verifica che la legge sia stata applicata correttamente, e quando rigetta il ricorso la condanna dei gradi precedenti diventa quella finale.

Un dettaglio conta più di altri: il procedimento non è partito da fuori, è nato su impulso dei suoi superiori. Dentro l'Arma qualcuno ha visto e non ha girato la testa.

Il filone che resta aperto

Gli avvocati delle parti civili, Eleanna Parasiliti Molica, Giuseppe Messina e Giovanni Di Giovanni, in questi anni hanno svolto indagini difensive. Secondo quanto riportano le fonti hanno documentato che i controlli illeciti riguardavano anche altre persone. Sempre secondo gli avvocati, le dichiarazioni di un collega, oggi in pensione, sarebbero state false: per lui gli atti sono stati trasmessi alla Procura di Gela per falsa testimonianza. Su questo deciderà la Procura.

Restano due domande. Quanti accessi a quella banca dati vengono davvero controllati? E chi se ne accorge, quando a guardare è proprio chi dovrebbe proteggere? Perché quella banca dati è uno strumento dello Stato, non un diario personale per seguire una ex. Questa condanna, va detto, fa onore all'Arma, che i propri panni li ha portati in tribunale: il problema non sono i carabinieri, è chi tradisce la divisa.