Franco Zanghì

Analisi, cronaca e politica internazionale

Geopolitica  ·  28 ottobre 2026

Israele senza maggioranza: Netanyahu primo partito, nessuno arriva a 61 seggi

Immagine generata con l'intelligenza artificiale: è una rappresentazione della vicenda, non una fotografia del fatto.

Il Likud è il primo partito e Netanyahu rivendica una maggioranza fra gli elettori ebrei, ma nessuno dei due blocchi ha i numeri per governare. Eisenkot li avrebbe solo con i partiti arabi, al loro risultato più alto di sempre.

di Franco Zanghì

Il Likud di Benjamin Netanyahu è il primo partito d'Israele, e nella notte il premier ha parlato di una maggioranza decisiva fra il pubblico ebraico e sionista. I numeri per governare, però, non li ha nessuno: né lui né il suo sfidante, l'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che quei numeri li avrebbe soltanto con i partiti arabi, quelli con cui ha praticamente escluso di governare.

Con tutte le schede delle urne scrutinate, che sono l'86% del totale, la commissione elettorale centrale dà 53 seggi al blocco di Netanyahu, 48 a quello di Eisenkot e 19 ai partiti arabi, il loro risultato più alto di sempre. Per governare ne servono 61 su 120: a Netanyahu ne mancano 8. Alle 4 del mattino, con un quarto delle schede contate, il suo blocco era a 63, ed è per questo che nella notte qualcuno lo ha dato per vincitore. Poi, con il procedere dello spoglio, è sceso.

Hanno votato quasi 8 israeliani su 10, la partecipazione più alta dal 1999, con gli arabi israeliani alle urne in massa.

Due discorsi, nessuna maggioranza

Nel quartier generale del Likud a Gerusalemme, Netanyahu ha detto che il Likud è il primo partito del paese e che serve un governo di destra, forte. La parola vittoria non l'ha pronunciata. Ha aggiunto che Israele, insieme a Trump, ha un'occasione storica per togliere di mezzo la minaccia iraniana una volta per tutte. Nel pomeriggio, chiuso lo scrutinio delle urne, è tornato in un video sull'ipotesi di un governo appoggiato dagli arabi israeliani: «non permetteremo una coalizione con partiti arabi».

È il punto che riguarda anche l'Italia: chi governa Israele decide se si riapre il fronte con l'Iran, e quel fronte passa dal Golfo, da cui arriva una parte dell'energia che paghiamo. Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti avrebbero avvisato alcuni paesi del Golfo di tenersi pronti a un attacco breve e intenso contro l'Iran dopo le elezioni americane di metà mandato. La Casa Bianca non commenta e dice che Trump tiene tutte le opzioni sul tavolo.

A Tel Aviv, Eisenkot ha detto il contrario: gli elettori hanno scelto il cambiamento, nessuno vuole tornare a votare e il premier deve farsi da parte. Ma senza i partiti arabi non arriva a 61. Quasi tutti i suoi alleati hanno detto no a un governo con loro, Avigdor Liberman per primo; solo Yair Golan, dei Democratici, dice che si può fare. E un governo insieme a Netanyahu, Eisenkot l'ha escluso perfino a rotazione.

Che cosa dicono gli analisti

Yohanan Plesner, presidente dell'Israel Democracy Institute, parla di una sconfitta pesante per la coalizione di Netanyahu, che nella Knesset uscente aveva 68 seggi. Avverte però che Eisenkot non è un vincitore netto, e indica una strada: un governo di minoranza, anche solo fino a un nuovo voto.

Per Gideon Rahat, politologo dell'Università Ebraica di Gerusalemme, è stata la campagna di Itamar Ben Gvir, leader dell'estrema destra, a portare gli arabi alle urne. «Se Netanyahu ha perso, non vuol dire che Eisenkot abbia vinto», aggiunge. L'Ispi avverte infine che chi spera in una svolta sui palestinesi resterà deluso: anche Eisenkot è contrario a uno Stato palestinese, pur promettendo di fermare la violenza dei coloni.

La mia lettura: un paese in guerra da tre anni, con quasi 8 elettori su 10 alle urne e i suoi cittadini arabi che votano in massa, è la risposta più netta a chi racconta Israele come un regime. I regimi questi problemi non li hanno: i risultati li conoscono prima.

Che cosa succede adesso

Il passaggio da guardare sono le buste doppie: circa 650.000 voti, quelli dei soldati, dei ricoverati, dei detenuti e dei diplomatici all'estero, che si contano fra la notte di mercoledì e la sera di giovedì e possono spostare qualche seggio. Anche dopo quel conteggio i numeri restano quasi definitivi, perché le verifiche finali della commissione sono previste la settimana successiva; poi vengono le consultazioni del presidente Isaac Herzog. Se l'incarico va a Eisenkot, la via è quella indicata da Plesner: un governo di minoranza con l'appoggio esterno dei partiti arabi. Il sito israeliano Ynet indica però anche lo scenario opposto, in cui nessuno cede, Netanyahu resta in carica per gli affari correnti e Israele torna a votare.