Geopolitica · 23 ottobre 2026
Dal Golfo esce più petrolio di prima della guerra, e il prezzo sale
Le esportazioni della regione hanno superato i 24 milioni di barili al giorno, più di quanti ne uscissero prima del conflitto con l'Iran. Eppure il Brent è ai massimi da cinque mesi: il petrolio non manca, manca il modo di portarlo via a un prezzo normale.
di Franco Zanghì
Dal Golfo Persico esce più petrolio di quanto ne uscisse prima della guerra con l'Iran. Nell'ultima settimana le esportazioni della regione hanno superato i 24 milioni di barili al giorno, contro una media di 23,3 milioni prima del 28 febbraio 2026, quando il conflitto è cominciato. Sono dati della società di analisi Kpler, ripresi dal Wall Street Journal. L'Iran resta fuori dal conteggio: è tagliato dal blocco navale americano.
Il modo in cui quei barili escono, però, è cambiato. Dentro lo stretto di Hormuz, e nelle acque vicine dove le petroliere si travasano il carico da una nave all'altra, passano circa 14 milioni di barili al giorno: l'82% del traffico di prima della guerra. Il resto arriva dai percorsi che lo stretto lo aggirano, soprattutto gli oleodotti che attraversano gli Emirati e l'Arabia Saudita, saliti a settembre al 40% del greggio esportato dalla regione contro il 17% di prima. Sul lato sud dello stretto le navi non viaggiano più da sole: passano scortate dalla marina americana, mentre droni e missili continuano a volare.
Il prezzo non lo fa la scarsità
Il 23 ottobre il Brent ha guadagnato l'1,7%, intorno ai 115 dollari al barile: il livello più alto da inizio maggio, contro i meno di 76 dollari di prima della guerra. Il Wti è salito dell'1,9%, a 101,4 dollari. La spinta di queste ore non arriva da una mancanza di greggio sul mercato, ma dagli attacchi degli Houthi contro l'Arabia Saudita, dopo i quali Saudi Aramco ha fatto evacuare la sede centrale di Dhahran. Gli analisti di Ing lo scrivono in modo esplicito: il rialzo è trainato dal timore per la tenuta dell'offerta, non dai fondamentali di oggi.
Il secondo motivo è il costo del viaggio. A metà ottobre portare un barile dal Golfo all'Asia su una grande petroliera costava più di 37 dollari, cinque volte quello che costava prima della guerra. Poi c'è l'assicurazione, e qui il conto va fatto con attenzione, perché la percentuale da sola non dice niente: il premio di guerra non si calcola sul carico, che ha una polizza a parte, ma sul valore della nave. Secondo il Wall Street Journal è arrivato al 10% del valore dello scafo, contro il 3% di prima: su una petroliera da 100 milioni di dollari sono 10 milioni per un viaggio solo. Quei costi non restano all'armatore, finiscono nel prezzo del barile.
La metà del problema che i barili non misurano
Il 21 ottobre il direttore esecutivo dell'Agenzia internazionale dell'energia, Fatih Birol, ha detto che oltre il 20% della capacità di raffinazione del Medio Oriente è fuori uso, e che il gasolio in Europa è salito di circa il 70% dall'inizio del conflitto. Secondo Birol i mercati non torneranno normali prima del 2028. È la parte che il conteggio dei barili non misura: nel serbatoio di un camion il greggio non ci va, ci va il gasolio.
Il conto che arriva in Italia
Alla pompa, oggi, il gasolio costa più della benzina: 2,260 euro al litro contro 2,024, secondo l'osservatorio dei prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy aggiornato al 22 ottobre. Il sorpasso, però, non lo ha fatto la guerra: lo ha fatto una decisione fiscale. Dal 1° gennaio 2026 le accise su benzina e gasolio sono state allineate allo stesso valore, 0,67290 euro al litro: la benzina ne ha guadagnati 4 centesimi, il gasolio li ha persi. Per decenni il gasolio era tassato meno, e lo Stato stesso classificava quel vantaggio fra i sussidi dannosi per l'ambiente.
Il conto, però, non si chiude lì. Il riallineamento vale 4 centesimi, mentre la differenza che si vede oggi alla pompa è di 23. Gli altri 19 non sono tasse: sono il prezzo del prodotto, cioè le raffinerie colpite e il gasolio europeo cresciuto del 70%. La tassa ha fatto il sorpasso, la guerra ha fatto la distanza.
Su quel prezzo si sono fermati i camion. Le proteste degli autotrasportatori sono rientrate in Sicilia, in Calabria, in Puglia e in Basilicata, e nella notte fra giovedì e venerdì sono stati rimossi anche gli ultimi presidi campani, nel Casertano, nel Salernitano e al varco Bausan di Napoli. A Napoli, fino a giovedì, la quasi totalità dei distributori era chiusa per scorte esaurite, e dove il carburante si trovava si è arrivati a pagarlo 2,70 euro al litro. Il 22 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto da 175 milioni: 105 all'autotrasporto, 60 all'agricoltura, 10 alla pesca. La Commissione di garanzia sugli scioperi ha segnalato formalmente la situazione alle autorità competenti e il governo non esclude la precettazione; il tavolo al Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti è fissato per il 27 ottobre.
Quello che i numeri dicono davvero
Che il sistema di trasporto abbia tenuto è una buona notizia, e va detta: otto mesi fa si parlava di razionamento, e il razionamento non è arrivato. Ma i barili sono tornati ai livelli di prima pagando un pedaggio che ormai è strutturale, cioè la scorta militare, il premio di guerra, il nolo moltiplicato per cinque e un quinto delle raffinerie fuori servizio. Quel pedaggio lo paga chi sta in fondo alla catena.
E resta la domanda che nasce dai numeri stessi. Se dal Golfo escono più barili di prima e il prezzo è ai massimi da cinque mesi, allora in questi otto mesi non è mai mancato il petrolio: sono mancate le navi, le assicurazioni a un prezzo umano e le raffinerie. Di quelle tre cose non ne è stata risolta nessuna.
Fonti
- Il Post, «I paesi del Golfo Persico stanno esportando più petrolio di prima della guerra», 21 ottobre 2026, su dati Kpler
- Wall Street Journal, «Persian Gulf Oil Exports Top Prewar Levels», 20 ottobre 2026, su dati Kpler, per i costi di nolo e il premio assicurativo di guerra
- Teleborsa, «Petrolio, prosegue la corsa del Brent: massimi da cinque mesi sopra ai 115 dollari», 23 ottobre 2026
- Agenzia internazionale dell'energia, dichiarazioni del direttore esecutivo Fatih Birol, 21 ottobre 2026
- Ministero delle Imprese e del Made in Italy, osservatorio dei prezzi dei carburanti, rilevazione del 22 ottobre 2026
- Legge di bilancio 2026, riallineamento delle accise su benzina e gasolio a 0,67290 euro al litro dal 1° gennaio 2026
- Ansa, «Blocchi dei tir: il governo corre ai ripari, 175 milioni contro il caro carburante», 22 ottobre 2026
- Ansa, «Rimossi nella notte i blocchi stradali dei tir in Campania», 23 ottobre 2026
- Il Post, «Al Sud le proteste degli autotrasportatori stanno finendo, ma non in Campania», 23 ottobre 2026
- Al-Monitor e The Maritime Executive, 21 e 22 ottobre 2026, per il riscontro incrociato sui volumi esportati
- Banca d'Italia, 16 ottobre 2026, sull'allargamento del disavanzo energetico italiano nel 2026
- Ricostruzione dell'autore per la parte interpretativa: il calcolo del premio di guerra sul valore della nave e la distinzione fra l'effetto del riallineamento delle accise e quello del prezzo del prodotto.
Il dato Kpler sull'ultima settimana è preliminare e le fonti lo riportano come «oltre 24 milioni di barili», senza cifra esatta. Le percentuali del premio assicurativo di guerra, 10% oggi contro 3% prima, sono del Wall Street Journal: un'analisi di settore colloca il premio precedente alla crisi molto più in basso, intorno allo 0,25% del valore dello scafo. La vicenda è in evoluzione: alla pubblicazione gli attacchi contro l'Arabia Saudita erano in corso e la precettazione degli autotrasportatori era stata segnalata ma non disposta.
