Franco Zanghì

Analisi, cronaca e politica internazionale

Politica italiana  ·  29 ottobre 2026

Il tribunale di Milano risponde a Meloni: dichiarazioni irricevibili

Immagine generata con l'intelligenza artificiale: è una rappresentazione della vicenda, non una fotografia del fatto.

Dopo la scarcerazione di Youssef Siher la presidente del Consiglio ha parlato di decisione vergognosa. I vertici del tribunale hanno replicato per iscritto, senza mai nominarla, e il tono è salito da entrambe le parti.

di Franco Zanghì

Il 28 ottobre, poche ore dopo che la giudice Tiziana Landoni aveva rimesso in libertà Youssef Siher, Giorgia Meloni ha definito in un video la decisione vergognosa, «una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell'ordine». Antonio Tajani l'ha giudicata grave per la sicurezza del paese. Matteo Salvini ha espresso dubbi sulla neutralità della giudice.

La risposta è arrivata in giornata. Il presidente del tribunale di Milano, Fabio Roia, e la presidente della sezione dei giudici per le indagini preliminari, Vincenza Maccora, hanno firmato un comunicato intitolato «La terzietà del giudice soggetto soltanto alla Legge»: le dichiarazioni di alcuni esponenti politici con cariche istituzionali, vi si legge, sono irricevibili e mostrano «una scarsa conoscenza, reale o mascherata, dello Stato di diritto». La decisione si può criticare e impugnare, ma gli attacchi alla persona del giudice vanno respinti. Il testo si chiude osservando che la vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non chi fa il giudice.

Il punto di fatto che non torna

Nel suo video la presidente del Consiglio ha parlato della pagina di Siher come di quella che incitava le manifestazioni di Milano, e Tajani lo ha descritto come uno dei principali fautori delle violenze. Il Post ha fatto notare che le cose non stanno così: gli inquirenti non lo considerano responsabile delle violenze del 17 e del 18 ottobre, e gli contestano invece di avere usato quei giorni per organizzare il corteo del 24.

Nelle stesse ore è uscita la notizia che la giudice aveva firmato, un anno fa, un appello di tremila giuristi per Gaza. La firma c'è. Che abbia pesato sulla decisione, però, non risulta da nulla; e, come ha osservato Il Moderatore, fra i firmatari dello stesso appello c'è anche la pubblica accusa che aveva chiesto la convalida del fermo, la pm Francesca Crupi.

Dove finisce la critica e dove comincia lo scontro

Criticare la decisione di un giudice, anche duramente, è legittimo, e il merito della critica politica non è campato in aria: Milano ha visto le vetrine rotte, e investigatori e poliziotti su quell'indagine hanno lavorato per giorni. Ma una critica regge se poggia sui fatti, e la parola vergognosa, pronunciata dalla presidente del Consiglio su un singolo provvedimento e contro una singola giudice, è un'altra cosa rispetto al dire che la procura impugni.

Anche il comunicato del tribunale, però, è andato oltre la difesa della collega: la frase sulla scarsa conoscenza «reale o mascherata» dello Stato di diritto e quella sulla vergogna che riguarda altre categorie sono repliche politiche, non istituzionali.

L'Associazione nazionale magistrati si è schierata con la giudice e ha parlato di intimidazione, sostenendo che delegittimare un giudice dalle cariche più alte dello Stato è una forma di pressione. Meloni ha risposto in conferenza stampa che quanto ha detto non è un attacco, ma la difesa di chi lavora per lo Stato. La strada indicata dallo stesso comunicato resta una sola: se la decisione è sbagliata, la procura la impugni, e decida un altro giudice.